






PASCOLO UMANO CONFINE BESTIALE
La prima mattina, dorata, asciuga la rugiada dai prati inglesi, un tappeto uniforme fra i versanti alberati su entrambi i lati. Niente fieno finché splende il sole. Niente rastrelli, niente forconi, nemmeno un contadino a rivoltarlo. I bagni chimici ricordano altri lungo il vicolo, i vivaci colori giocosi e l'odore di pipì rievocano altre ballate estive.
L'ampio spazio aperto ci invita a salire dall'autostrada, abbastanza lontano da non sentirla, abbastanza vicino da portarci qui – qui dove ci mettiamo al pascolo. Qui, lontano. Lontano dall'attrazione centripeta del capitale, lontano dalla pena, lontano dalla città, lontano nel rifugio antidoto delle montagne, una montagna che offre il nostro incontaminato, il nostro non-ora, il nostro non-lavoro, il nostro non-cambiamento-non-bruciato-non-nuovo-nonfuturo.
I climi più caldi chiamano gli alberi ancora più in alto, così le mandrie continuano a seguire, zoccoli incerti a camionate, per tenere a bada le spine e i rovi, un primo germoglio verde di un alberello sconosciuto. Mantenere il prato in ordine, frenare la foresta che avanza. La foresta là lontano, sì, ma anche spazio per vederla.
Orizzonti più ampi anche per il bestiame allora, una vacanza di altri confini, erba dolce e aria fresca – e campanacci nel caso ti allontanassi. Un puledro galoppa sfrenato in mezzo a loro, una criniera scintillante. Sempre più cavalli in cima alla montagna, senza nulla da trainare se non i turisti, rivelano chi chiama il pascolo. Capitale naturale. Nature services. Birre fredde, niente latte caldo, ecco cosa ci vuole. La stanchezza si allenta, e mi colpisce come ognuno di noi mammiferi risponda a modo suo a questa temporanea apertura dello spazio – non più sostantivi ma verbi – espressioni uniche dell’essere.
Quindi eccoci qui alla frontiera del Paese, bestie e bovini, un po' più liberi ai margini del nostro recinto nazionale. I confini stessi diventano i punti d'incontro, qui dove possiamo fingere che non esistano per qualche giorno, alla fine della strada, dove la strada continua, una ciglia di mucca tra un lato e l'altro. Mi guarda negli occhi. Sa esattamente dove si trova il confine e ci strofina contro il posteriore, contro il perimetro del potere.
Una bandiera sventola nella brezza pomeridiana, poi penzola umida sotto gli astri rotanti, il loro volteggiare diviso dalle linee rette dei satelliti che solcano il cielo – sorvegliando, tenendo traccia – tracciando la griglia invisibile di una gabbia, affilata.
Domani mattina, tutto dovrebbe essere come prima; questa è la promessa. Ma la montagna si rivelerà non meno futura della città, un filtro nostalgico sul feed istantaneo, una montagna dove giocavamo su piani diversi, gerarchie estive di mobilità mista, prima che fosse ora di scendere verso stalle e stabili. Tutto ciò che volevamo era qualcosa di stabile.
Domani mattina verrà l'inverno, e solo alcuni di noi torneranno a giocare al confine.

PASCOLO UMANO CONFINE BESTIALE
La prima mattina, dorata, asciuga la rugiada dai prati inglesi, un tappeto uniforme fra i versanti alberati su entrambi i lati. Niente fieno finché splende il sole. Niente rastrelli, niente forconi, nemmeno un contadino a rivoltarlo. I bagni chimici ricordano altri lungo il vicolo, i vivaci colori giocosi e l'odore di pipì rievocano altre ballate estive.
L'ampio spazio aperto ci invita a salire dall'autostrada, abbastanza lontano da non sentirla, abbastanza vicino da portarci qui – qui dove ci mettiamo al pascolo. Qui, lontano. Lontano dall'attrazione centripeta del capitale, lontano dalla pena, lontano dalla città, lontano nel rifugio antidoto delle montagne, una montagna che offre il nostro incontaminato, il nostro non-ora, il nostro non-lavoro, il nostro non-cambiamento-non-bruciato-non-nuovo-nonfuturo.


I climi più caldi chiamano gli alberi ancora più in alto, così le mandrie continuano a seguire, zoccoli incerti a camionate, per tenere a bada le spine e i rovi, un primo germoglio verde di un alberello sconosciuto. Mantenere il prato in ordine, frenare la foresta che avanza. La foresta là lontano, sì, ma anche spazio per vederla.
Orizzonti più ampi anche per il bestiame allora, una vacanza di altri confini, erba dolce e aria fresca – e campanacci nel caso ti allontanassi. Un puledro galoppa sfrenato in mezzo a loro, una criniera scintillante. Sempre più cavalli in cima alla montagna, senza nulla da trainare se non i turisti, rivelano chi chiama il pascolo. Capitale naturale. Nature services. Birre fredde, niente latte caldo, ecco cosa ci vuole. La stanchezza si allenta, e mi colpisce come ognuno di noi mammiferi risponda a modo suo a questa temporanea apertura dello spazio – non più sostantivi ma verbi – espressioni uniche dell’essere.


Quindi eccoci qui alla frontiera del Paese, bestie e bovini, un po' più liberi ai margini del nostro recinto nazionale. I confini stessi diventano i punti d'incontro, qui dove possiamo fingere che non esistano per qualche giorno, alla fine della strada, dove la strada continua, una ciglia di mucca tra un lato e l'altro. Mi guarda negli occhi. Sa esattamente dove si trova il confine e ci strofina contro il posteriore, contro il perimetro del potere.
Una bandiera sventola nella brezza pomeridiana, poi penzola umida sotto gli astri rotanti, il loro volteggiare diviso dalle linee rette dei satelliti che solcano il cielo – sorvegliando, tenendo traccia – tracciando la griglia invisibile di una gabbia, affilata.
Domani mattina, tutto dovrebbe essere come prima; questa è la promessa. Ma la montagna si rivelerà non meno futura della città, un filtro nostalgico sul feed istantaneo, una montagna dove giocavamo su piani diversi, gerarchie estive di mobilità mista, prima che fosse ora di scendere verso stalle e stabili. Tutto ciò che volevamo era qualcosa di stabile.
Domani mattina verrà l'inverno, e solo alcuni di noi torneranno a giocare al confine.
