






PASSI
Dodicimilanovecentottantacinque passi. Attraversavamo il confine per la prima volta. Io, in realtà, non me ne ero accorta. Continuavo a camminare, un passo avanti all’altro, su quel sentiero di montagna che si snodava in mezzo al bosco. Me lo aveva fatto notare una delle mie compagne di viaggio. “Achtung. Staatsgrenze” aveva letto ad alta voce indicando il cartello.
Avevamo iniziato a camminare il giorno prima a Camporospo, oggi Camporosso per un buffo errore di trascrizione. Ero partita da Trieste la mattina stessa, con il mio zaino in cui avevo infilato lo stretto indispensabile, assieme a qualche aspettativa. Avevo la fortuna di essermi ritrovata in un gruppo dalle tante sfumature di lingue e culture europee, con cui proseguivo il tragitto a piedi, tra una chiacchiera in inglese, una battuta in italiano e qualche frase, a me incomprensibile, in tedesco. Più i giorni passavano, più mi accorgevo di aver trovato un terreno facile da percorrere, molte parole da condividere, ma emozioni difficili da scovare. Attraversavamo il confine per la settima volta e io, anche se questa volta me ne ero accorta, mi sentivo esattamente uguale a prima.
Il quarto giorno era arrivata anche la pioggia. Impermeabili indossati, coprizaini agganciati, continuavamo il nostro cammino sotto mille gocce d’acqua, danzando tra le invisibili linee di confine. Il paesaggio aveva iniziato a trasformarsi. Non tanto perché la foschia ne copriva i contorni e il temporale lo tinteggiava di grigio, ma perché trapelavano nuovi impianti sciistici, laghi artificiali e strutture alberghiere a cinque stelle. Io non riuscivo a vedere altro: una montagna di chi aveva scelto di costruire ad alta quota per soddisfare le proprie umane voglie - sfrecciare sulle piste da scii o bere il bombardino con la panna. Vedevo un luogo che aveva perso la sua storia, svendendola al turismo. Dov’era il confine che mi aspettavo di vivere? Settantottomilasessanta passi. Non avevo una risposta.
Il viaggio di ritorno è stato un susseguirsi di treni e coincidenze. “Siamo in arrivo a Trieste Centrale”, la classica voce che annuncia i binari e i ritardi mi accoglie. Sono tornata in città. Traffico, macchine, clacson, semafori. Non più un silenzio fatto da campanacci delle mucche e dal canto degli uccelli. Persone che partono, arrivano, passi veloci, lenti, lingue che si mischiano. Esco dalla stazione. Persone, altre persone, le riconosco bene queste tante altre persone. E loro sì che di confini ne hanno attraversati. Confini complessi, difficili. Non hanno di certo danzato sotto la pioggia in un dolce sentiero di montagna, alternando una birra austriaca ad un caffè italiano. Non hanno di certo avuto il privilegio di avere delle scarpe comode e di dormire in rifugi accoglienti con lenzuola pulite e colazioni a buffet. Ricevono supporto dai volontari della piazza, medicine, acqua e un pasto da condividere. Fanno qualche videochiamata verso casa per cercare di abbatterli, quei maledetti confini.
Non mi fermo, cammino verso casa, faccio gli ultimi passi del mio Walk the line. Non mi fermo con il corpo, ma mi fermo con la mente e con il cuore. Le emozioni arrivano senza che me ne accorga. Eccola, qui la vedo e la sento, l’aria di confine. Arriva da lontano, con forza. La dissonanza con i posti attraversati nei giorni passati mi stupisce. Non me lo aspettavo. E allora me lo torno a immaginare, quel confine tra Italia e Austria, che un tempo era diverso e che non permetteva a persone, culture e amori di passare, mentre lo faceva per dolori e guerre. E mi chiedo se un giorno altri confini potranno assumere una forma che ricorda quella di un sentiero di montagna, attraversato da persone spensierate che le ferite, ormai distanti nel tempo, non potranno vivere, ma solo immaginare.

PASSI
Dodicimilanovecentottantacinque passi. Attraversavamo il confine per la prima volta. Io, in realtà, non me ne ero accorta. Continuavo a camminare, un passo avanti all’altro, su quel sentiero di montagna che si snodava in mezzo al bosco. Me lo aveva fatto notare una delle mie compagne di viaggio. “Achtung. Staatsgrenze” aveva letto ad alta voce indicando il cartello.
Avevamo iniziato a camminare il giorno prima a Camporospo, oggi Camporosso per un buffo errore di trascrizione. Ero partita da Trieste la mattina stessa, con il mio zaino in cui avevo infilato lo stretto indispensabile, assieme a qualche aspettativa. Avevo la fortuna di essermi ritrovata in un gruppo dalle tante sfumature di lingue e culture europee, con cui proseguivo il tragitto a piedi, tra una chiacchiera in inglese, una battuta in italiano e qualche frase, a me incomprensibile, in tedesco. Più i giorni passavano, più mi accorgevo di aver trovato un terreno facile da percorrere, molte parole da condividere, ma emozioni difficili da scovare. Attraversavamo il confine per la settima volta e io, anche se questa volta me ne ero accorta, mi sentivo esattamente uguale a prima.


Il quarto giorno era arrivata anche la pioggia. Impermeabili indossati, coprizaini agganciati, continuavamo il nostro cammino sotto mille gocce d’acqua, danzando tra le invisibili linee di confine. Il paesaggio aveva iniziato a trasformarsi. Non tanto perché la foschia ne copriva i contorni e il temporale lo tinteggiava di grigio, ma perché trapelavano nuovi impianti sciistici, laghi artificiali e strutture alberghiere a cinque stelle. Io non riuscivo a vedere altro: una montagna di chi aveva scelto di costruire ad alta quota per soddisfare le proprie umane voglie - sfrecciare sulle piste da scii o bere il bombardino con la panna. Vedevo un luogo che aveva perso la sua storia, svendendola al turismo. Dov’era il confine che mi aspettavo di vivere? Settantottomilasessanta passi. Non avevo una risposta.


Il viaggio di ritorno è stato un susseguirsi di treni e coincidenze. “Siamo in arrivo a Trieste Centrale”, la classica voce che annuncia i binari e i ritardi mi accoglie. Sono tornata in città. Traffico, macchine, clacson, semafori. Non più un silenzio fatto da campanacci delle mucche e dal canto degli uccelli. Persone che partono, arrivano, passi veloci, lenti, lingue che si mischiano. Esco dalla stazione. Persone, altre persone, le riconosco bene queste tante altre persone. E loro sì che di confini ne hanno attraversati. Confini complessi, difficili. Non hanno di certo danzato sotto la pioggia in un dolce sentiero di montagna, alternando una birra austriaca ad un caffè italiano. Non hanno di certo avuto il privilegio di avere delle scarpe comode e di dormire in rifugi accoglienti con lenzuola pulite e colazioni a buffet. Ricevono supporto dai volontari della piazza, medicine, acqua e un pasto da condividere. Fanno qualche videochiamata verso casa per cercare di abbatterli, quei maledetti confini.
Non mi fermo, cammino verso casa, faccio gli ultimi passi del mio Walk the line. Non mi fermo con il corpo, ma mi fermo con la mente e con il cuore. Le emozioni arrivano senza che me ne accorga. Eccola, qui la vedo e la sento, l’aria di confine. Arriva da lontano, con forza. La dissonanza con i posti attraversati nei giorni passati mi stupisce. Non me lo aspettavo. E allora me lo torno a immaginare, quel confine tra Italia e Austria, che un tempo era diverso e che non permetteva a persone, culture e amori di passare, mentre lo faceva per dolori e guerre. E mi chiedo se un giorno altri confini potranno assumere una forma che ricorda quella di un sentiero di montagna, attraversato da persone spensierate che le ferite, ormai distanti nel tempo, non potranno vivere, ma solo immaginare.
