







NOTE SU UN VIAGGIO CON I PIEDI PER TERRA E LO SGUARDO ALL’INSÙ
È passato esattamente un mese da quando sono partito per la camminata lungo il confine. Ora sono su un aereo che dalla pista di atterraggio dell’aeroporto di Venezia sta per decollare verso Cagliari. Ripenso al 25 agosto, al momento in cui ci siamo trovati al punto prestabilito per la partenza del nostro viaggio a piedi. È un giorno di sole, il cielo è limpido, quasi del tutto sgombero da nuvole. Mentre aspetto i partecipanti al progetto, curioso di scoprire chi saranno i compagni di viaggio dei successivi cinque giorni, mi stupisco della naturalezza con cui il mio sguardo risulta attratto dal cielo. Vedo un aereo. E subito un altro. Anzi due. Tre aerei contemporaneamente stanno tracciando linee bianche nel cielo sopra la Val Canale. Sono quasi irritato. Il giorno precedente stavo girando un cortometraggio per il quale avevo l’esigenza di realizzare l’immagine di un aereo che solcasse il cielo. Costantemente guardavo in su per controllare se fosse il momento buono di puntare in alto la telecamera e girare. Alla fine ero riuscito ad effettuare la ripresa di cui avevo bisogno, ma con difficoltà: avevo visto passare soltanto due aerei in un giorno. Ora, invece, ne vedo tre, tutti insieme. Capisco che - benché l’immagine dell’aereo che taglia il cielo blu sia stata realizzata con successo - eredito dal set del giorno precedente quel bias nello sguardo, quella tendenza che avevo sviluppato a guardare in su.La prima persona ad arrivare ed anche la prima con cui parlo è Maja. Non so perché ma una delle prime cose che mi dice Maja è che non prende aerei. Le dico che per me è un fatto impensabile. È la prima persona che conosco che ha deciso di non volare, non perché abbia paura, ma come scelta consapevole. Trovo sia buffo che la prima cosa che mi abbia detto Maja sia stata un commento sul volare, quando proprio un attimo prima stavo pensando agli aerei. Decido di assecondare questa sincronicità e vedere dove mi porta. Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa su questo cammino, su questo slalom tra Italia ed Austria. Allora mi prefiggo una missione: continuare a guardare verso l’alto e contare il numero di aeroplani che vedo passare. Quando si cammina si guarda sempre verso il basso. Soprattutto in montagna è bene stare attenti a dove si mettono i piedi. Questa volta decido di invertire la tendenza e guardare il più possibile in su. Chissà, forse potrò scoprire qualcosa di interessante.
Quelli che seguono sono degli estratti dagli appunti che ho tenuto sulle note del mio iPhone nei cinque giorni di camminata tra Camporosso e Paularo. Alle finalità del racconto è giusto sapere che alcuni di questi appunti sono stati scritti in italiano, altri in inglese, questi ultimi qui di seguito sono stati tradotti in italiano.
25 settembre, ore 23:25, da qualche parte sopra un’isola del Mediterraneo.
GIORNO 1, 25 AGOSTO
Alle 20:35 del primo giorno ho contato 14 aerei. E pensare che ho iniziato il conteggio dalle tre del pomeriggio. Domani mi aspetto di contarne almeno il doppio.
Sono le 23:57. Scrivo questo appunto perché siamo tutti stati svegliati poco fa dal soccorso alpino. Sono alla ricerca di una ragazza che si è persa. Hanno visto le nostre tende accampate vicino ad un rifugio e volevano assicurarsi non fosse con noi. Faccio difficoltà a riaddormentarmi perché penso alla ragazza, mi auguro non stia passando la notte fuori al freddo. Cerco di prendere sonno, ma senza successo. Dormire per terra in tenda non è mai comodo. In più il rombo degli aerei in cielo è quasi costante, una sorta di frequenza bassa che fa quasi da tappeto al panorama sonoro della montagna di notte. Mi chiedo se debba contare anche gli aerei che sento, non soltanto quelli che vedo. Devo avere delle regole chiare, questo è certo. No, solo quelli che vedo. Ne sento uno proprio ora. Potrei uscire dalla tenda, aumenterei il conto degli aeroplani di oggi. Anzi, essendo adesso passata la mezzanotte questo conterebbe come il primo di domani. Ma sono troppo pigro per uscire.
GIORNO 2, 26 AGOSTO
Un’altra giornata senza nuvole. Ma stiamo camminando per lo più nel bosco. Sono frustrato, perché sento il rumore di aeroplani, ma la visuale è quasi del tutto coperta dagli alberi.
Usciti dal bosco la visuale ora abbraccia quasi la totalità del cielo. Ed ecco che vedo due aerei, vanno nella stessa direzione, sembrano essere ad un’altitudine simile, due sagome bianche bidimensionali che attraversano una superficie blu. Eppure, uno lascia una striscia bianca dietro di sé, l’altro nessuna. Mi chiedo perché. Qui non prende internet, non ho modo di verificare. Forse è meglio così, che questo piccolo mistero non si esaurisca ancora.
Alle 21:38 di oggi ho visto 17 aerei e 1 aliante. L’aliante è stata una sorpresa inaspettata. I 17 aerei una delusione. Ieri ne avevo contati quasi altrettanti, ma in un terzo del tempo. Oggi mi sarei aspettato di oltrepassare quota 30.
GIORNO 3, 27 AGOSTO
Non ho mai capito né provato alcuna fascinazione per il bird watching. Passare il tempo alla ricerca di uccelli per riconoscerne la specie ed appuntarla su un taccuino. Come se la visione di un uccello a centinaia di metri di distanza attraverso le lenti di un binocolo equivalesse in qualche modo ad averlo catturato. Sebbene empatizzi di meno con chi gli uccelli li cattura, quantomeno li capisco di più: un uccello in gabbia mi appartiene di più della memoria di una visione. Nemmeno i collezionisti li ho mai capiti, troppo preoccupati dall’atto di ammassare cose. Ma ora che mi trovo a contare gli aerei, in che modo sarei diverso da un birdwatcher o da un collezionista? Contare aerei non è forse collezionare percezioni?Le immagini degli aerei impresse sulla mia retina in questi giorni di sguardi all’insù esistono adesso soltanto nella mia memoria. Che queste percezioni mi appartengono è soltanto un’illusione.
Come per tutte le cose, più tempo ci dedichi più diventi bravo. Dopo due giorni con lo sguardo all’insù ho intuito alcuni dei fondamenti dell’osservatore di aeroplani. Anzitutto quando l’attenzione è destata dal rombo lontano di un aereo, è inutile puntare lo sguardo nella direzione da cui proviene il suono. Stimando che un aeroplano vada ad una velocità di 800 / 900 km/h e si trovi ad un’altitudine di 8000m, considerando che la velocità del suono è di circa 300m/s, l’aereo va cercato ad un’angolazione di almeno 40 gradi rispetto al punto di origine del suono percepito.Ma non basta aguzzare le orecchie ed alzare lo sguardo solo in seguito al riconoscimento del suono: potresti perdere l’occasione di avvistare un aereo. Infatti a volte un aereo, benché alla vista sembri sorprendentemente vicino, può non emettere alcun suono (e non mi riferisco soltanto agli alianti). La ragione di ciò rimane per me ancora misteriosa. Ma il modo più facile per identificare gli aerei è banalmente attraverso le scie che lasciano. Trovare un segno bianco sul blu per poi ripercorrerlo fino a giungere all’aereo è un compito facile. Però riconoscere la scia di un aereo non è sufficiente per annoverarlo tra quelli visti: mi è capitato di scorgere la classica scia bianca in uno spazio di azzurro stretto tra il bianco delle nuvole, ma l’aereo era ormai già dietro le nuvole per cui non ho fatto in tempo a vederne la sagoma: è necessario vedere l’aereo stesso per poter dichiarare di averlo visto. Comunque gli avvistamenti che danno più soddisfazione rimangono quelli degli aerei che non lasciano scie né fanno rumore.
Oggi ho visto 38 aerei ed 1 elicottero.
GIORNO 4, 28 AGOSTO
Sono il primo ad essermi svegliato stamattina. Stanotte ha piovuto ed ora continua a piovere. Il cielo è tutto coperto. Non mi aspetto di vedere alcun aereo oggi.Ho appena rischiato di cadere, è la seconda volta stamattina. Camminare guardando all’insù è un’arte complicata. Come stare in piedi su una gamba sola con gli occhi chiusi. Nel cielo non ci sono riferimenti a cui aggrappare lo sguardo. Per cui, senza la componente visiva, la propriocezione risulta fortemente compromessa. È fragile il nostro senso dell’equilibrio. È bene stia più attento.Leo sta camminando davanti a me. Io sto guardando in su e vedo un piccolo falco. Leo esclama “Un falco pellegrino!”. Gli spiego che mi stupisco che l’abbia visto, perché era proprio sopra la sua testa. Mi dice che ha guardato verso l’alto perché prima ha visto l’ombra del falco tagliargli il sentiero. Per un secondo mi chiedo se cercare ombre per terra per scoprirne la sorgente nel cielo possa essere una nuova tecnica per trovare aeroplani. Ma capisco subito che no, è impossibile, sono troppo distanti per gettare un’ombra quaggiù.Mentre cammino sono costantemente attraversato da pensieri. A volte accade che ritenga questi pensieri validi abbastanza da doverli riportare qui sulle note del mio telefono. Lo faccio di getto e cerco di riportarli subito nella maniera con cui sono sorti. Ed accade che a volte scriva in italiano, altre in inglese. Infatti i pensieri da cui sono attraversato sono in una o nell’altra lingua. Mi stupisco del fatto, ma non è così sorprendente: questi giorni di cammino rimbalzo sempre tra una lingua e l’altra. Se parlo con Janine e Opher, che sono fluenti in entrambe le lingue, la conversazione salta in maniera imprevedibile tra una lingua e l’altra. Non mi è chiaro quali processi cognitivi sottendano a questa continua transizione linguistica. Penso a quello che ha condiviso Sabrina ieri sera, “we’re a walking border on a border”. È proprio così.Questa sera ciascuno ha esposto le proprie idee. Ho raccontato quasi con un certo imbarazzo del compito che mi sono prefisso per questa camminata. Margot ha detto “Ah, è per questo che guardavi sempre in alto?”. Giuro non pensavo si fosse notato. Stamattina mi ero rassegnato a non vedere nessuno aereo per via del brutto tempo. Ma per alcuni brevi momenti nel cielo plumbeo di oggi si sono aperti dei precari squarci di azzurro. È lì che ho visto passare ben 9 aerei.
GIORNO 5, 29 AGOSTO
L’ossessione del conto degli aerei mi perseguita anche di notte. Stanotte ho sognato che tutto d’un colpo contavo in cielo ben 37 aerei. Il cielo ne era pieno. Alcuni volavano bassissimi. Altri erano delle capsule bianche che fluttuavano lente trasportando delle piante in via d’estinzione verso l’Europa del Nord.Oggi è l’ultimo giorno di cammino ed il cielo è più denso di nubi di ieri. Verosimilmente il conto dei miei aerei si fermerà qui. Ma ieri notte in hotel per la prima volta con internet ho scaricato sul telefono Flight Radar, l’applicazione che tiene traccia di tutti i velivoli attualmente in volo nel mondo: se ne sentirò il rumore, almeno potrò sapere di che volo si tratta.Camminando dentro una nuvola a oltre duemila metri di altitudine chiedo a Leo se ci troviamo in Austria o in Italia. Mi risponde che siamo sul confine. Una risposta evasiva. La nebbia tutto attorno confonde le idee persino alla nostra guida. Non abbiamo punti di riferimento. Non sappiamo con certezza dove siamo. Sento il rumore, le frequenze basse di un aereo lontano. Ormai per un riflesso pavloviano guardo subito in alto, ma mi scontro con la realtà: la visibilità non va oltre i dieci metri in qualsiasi direzione. Non se ne parla di vedere aerei. Prendo il telefono e con sorpresa realizzo che su uno dei punti più alti dell’intero cammino internet prende alla grande. Allora consulto Flight Radar. Scopro che il suono dell’aereo che sento è di un volo che sta passando praticamente sopra di noi. Provenienza: Boston. Destinazione: Tel Aviv. Sopra di noi circa trecento passeggeri stanno passando il confine. Verosimilmente uno di loro sta guardando fuori dal finestrino sopra una distesa di nuvole. Senza punti di riferimento non ha idea di dove si trovi. E non gli passa nemmeno per la testa di star passando un qualche confine. Noi, che stiamo al di sotto di quelle nuvole - o più accuratamente dentro quelle nuvole - non siamo poi in una condizione così diversa.Il nostro cammino finisce a Malga Cason di Lanza. Oggi per davvero non ho visto nessun aereo. Stretti attorno ad un tavolo mentre fuori diluvia discutiamo sulle nostre idee di confine. Un racconto di Opher ridesta in me una memoria. D’un tratto ricordo di quella volta in cui, rientrato da un viaggio in Turchia, ero andato a salutare in alpeggio un amico pastore. Mi aveva chiesto come ci fossi andato in Turchia. Al che gli ho spiegato di esserci stato in aereo. Il pastore allora voleva sapere quante persone ci fossero sull’aeroplano. Io, un po’ allibito dalla domanda, gli ho risposto “Mah, non saprei, duecento, trecento credo”. Lui mi ha guardato sconvolto e ha affermato “Duecento persone?! Un paese intero!”. Non avevo considerato la visione del mondo che può avere chi vive in un paese di quaranta abitanti. Ognuno di noi percepisce la realtà attraverso i propri paradigmi. È facile dimenticarsi che quelli degli altri possono essere completamente diversi dai nostri. Le occasioni in cui abbiamo modo di constatarlo generano stupore.Marta mi ha chiesto quanti aerei abbia contato in questi cinque giorni di cammino. Le dico di averne contati 78. “Se hai contato 78 aerei e un aereo ha mediamente 200/300 persone, allora questo significa che sopra di noi sono passate almeno 20.000 persone”. Il fatto mi impressiona. Non mi era nemmeno passato per la testa di calcolare questa cifra. Forse un altro fatto non previsto dal mio paradigma. Mentre Marta, che è laureata in matematica, ha pensato subito ai numeri. Penso che se ho contato 78 aerei, il numero di aerei che è effettivamente passato sopra di noi è di gran lunga maggiore, considerando che molti li ho soltanto sentiti, altrettanti devono essermi sfuggiti e di notte non li ho potuti contare se non nei sogni. Dire che sono passati 500 aeroplani sarebbe comunque una sottostima. Ma facciamo finta sia così. Questo vorrebbe dire che sopra di noi sono passate oltre 100.000 persone. Non so che cosa significhi. Ma mi piace pensare che in una finestra di cinque giorni di un agosto inoltrato una città intera ha sfrecciato tra i cieli di due terre che si toccano. Nel mentre, diversi chilometri più in basso, quattordici persone hanno percorso a piedi i sentieri di un confine incerto.

NOTE SU UN VIAGGIO CON I PIEDI PER TERRA E LO SGUARDO ALL’INSÙ
È passato esattamente un mese da quando sono partito per la camminata lungo il confine. Ora sono su un aereo che dalla pista di atterraggio dell’aeroporto di Venezia sta per decollare verso Cagliari. Ripenso al 25 agosto, al momento in cui ci siamo trovati al punto prestabilito per la partenza del nostro viaggio a piedi. È un giorno di sole, il cielo è limpido, quasi del tutto sgombero da nuvole. Mentre aspetto i partecipanti al progetto, curioso di scoprire chi saranno i compagni di viaggio dei successivi cinque giorni, mi stupisco della naturalezza con cui il mio sguardo risulta attratto dal cielo. Vedo un aereo. E subito un altro. Anzi due. Tre aerei contemporaneamente stanno tracciando linee bianche nel cielo sopra la Val Canale. Sono quasi irritato. Il giorno precedente stavo girando un cortometraggio per il quale avevo l’esigenza di realizzare l’immagine di un aereo che solcasse il cielo. Costantemente guardavo in su per controllare se fosse il momento buono di puntare in alto la telecamera e girare. Alla fine ero riuscito ad effettuare la ripresa di cui avevo bisogno, ma con difficoltà: avevo visto passare soltanto due aerei in un giorno. Ora, invece, ne vedo tre, tutti insieme. Capisco che - benché l’immagine dell’aereo che taglia il cielo blu sia stata realizzata con successo - eredito dal set del giorno precedente quel bias nello sguardo, quella tendenza che avevo sviluppato a guardare in su.La prima persona ad arrivare ed anche la prima con cui parlo è Maja. Non so perché ma una delle prime cose che mi dice Maja è che non prende aerei. Le dico che per me è un fatto impensabile. È la prima persona che conosco che ha deciso di non volare, non perché abbia paura, ma come scelta consapevole. Trovo sia buffo che la prima cosa che mi abbia detto Maja sia stata un commento sul volare, quando proprio un attimo prima stavo pensando agli aerei. Decido di assecondare questa sincronicità e vedere dove mi porta. Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa su questo cammino, su questo slalom tra Italia ed Austria. Allora mi prefiggo una missione: continuare a guardare verso l’alto e contare il numero di aeroplani che vedo passare. Quando si cammina si guarda sempre verso il basso. Soprattutto in montagna è bene stare attenti a dove si mettono i piedi. Questa volta decido di invertire la tendenza e guardare il più possibile in su. Chissà, forse potrò scoprire qualcosa di interessante.
Quelli che seguono sono degli estratti dagli appunti che ho tenuto sulle note del mio iPhone nei cinque giorni di camminata tra Camporosso e Paularo. Alle finalità del racconto è giusto sapere che alcuni di questi appunti sono stati scritti in italiano, altri in inglese, questi ultimi qui di seguito sono stati tradotti in italiano.
25 settembre, ore 23:25, da qualche parte sopra un’isola del Mediterraneo.


GIORNO 1, 25 AGOSTO
Alle 20:35 del primo giorno ho contato 14 aerei. E pensare che ho iniziato il conteggio dalle tre del pomeriggio. Domani mi aspetto di contarne almeno il doppio.
Sono le 23:57. Scrivo questo appunto perché siamo tutti stati svegliati poco fa dal soccorso alpino. Sono alla ricerca di una ragazza che si è persa. Hanno visto le nostre tende accampate vicino ad un rifugio e volevano assicurarsi non fosse con noi. Faccio difficoltà a riaddormentarmi perché penso alla ragazza, mi auguro non stia passando la notte fuori al freddo. Cerco di prendere sonno, ma senza successo. Dormire per terra in tenda non è mai comodo. In più il rombo degli aerei in cielo è quasi costante, una sorta di frequenza bassa che fa quasi da tappeto al panorama sonoro della montagna di notte. Mi chiedo se debba contare anche gli aerei che sento, non soltanto quelli che vedo. Devo avere delle regole chiare, questo è certo. No, solo quelli che vedo. Ne sento uno proprio ora. Potrei uscire dalla tenda, aumenterei il conto degli aeroplani di oggi. Anzi, essendo adesso passata la mezzanotte questo conterebbe come il primo di domani. Ma sono troppo pigro per uscire.

GIORNO 2, 26 AGOSTO
Un’altra giornata senza nuvole. Ma stiamo camminando per lo più nel bosco. Sono frustrato, perché sento il rumore di aeroplani, ma la visuale è quasi del tutto coperta dagli alberi.
Usciti dal bosco la visuale ora abbraccia quasi la totalità del cielo. Ed ecco che vedo due aerei, vanno nella stessa direzione, sembrano essere ad un’altitudine simile, due sagome bianche bidimensionali che attraversano una superficie blu. Eppure, uno lascia una striscia bianca dietro di sé, l’altro nessuna. Mi chiedo perché. Qui non prende internet, non ho modo di verificare. Forse è meglio così, che questo piccolo mistero non si esaurisca ancora.
Alle 21:38 di oggi ho visto 17 aerei e 1 aliante. L’aliante è stata una sorpresa inaspettata. I 17 aerei una delusione. Ieri ne avevo contati quasi altrettanti, ma in un terzo del tempo. Oggi mi sarei aspettato di oltrepassare quota 30.

GIORNO 3, 27 AGOSTO
Non ho mai capito né provato alcuna fascinazione per il bird watching. Passare il tempo alla ricerca di uccelli per riconoscerne la specie ed appuntarla su un taccuino. Come se la visione di un uccello a centinaia di metri di distanza attraverso le lenti di un binocolo equivalesse in qualche modo ad averlo catturato. Sebbene empatizzi di meno con chi gli uccelli li cattura, quantomeno li capisco di più: un uccello in gabbia mi appartiene di più della memoria di una visione. Nemmeno i collezionisti li ho mai capiti, troppo preoccupati dall’atto di ammassare cose. Ma ora che mi trovo a contare gli aerei, in che modo sarei diverso da un birdwatcher o da un collezionista? Contare aerei non è forse collezionare percezioni?Le immagini degli aerei impresse sulla mia retina in questi giorni di sguardi all’insù esistono adesso soltanto nella mia memoria. Che queste percezioni mi appartengono è soltanto un’illusione.
Come per tutte le cose, più tempo ci dedichi più diventi bravo. Dopo due giorni con lo sguardo all’insù ho intuito alcuni dei fondamenti dell’osservatore di aeroplani. Anzitutto quando l’attenzione è destata dal rombo lontano di un aereo, è inutile puntare lo sguardo nella direzione da cui proviene il suono. Stimando che un aeroplano vada ad una velocità di 800 / 900 km/h e si trovi ad un’altitudine di 8000m, considerando che la velocità del suono è di circa 300m/s, l’aereo va cercato ad un’angolazione di almeno 40 gradi rispetto al punto di origine del suono percepito.Ma non basta aguzzare le orecchie ed alzare lo sguardo solo in seguito al riconoscimento del suono: potresti perdere l’occasione di avvistare un aereo. Infatti a volte un aereo, benché alla vista sembri sorprendentemente vicino, può non emettere alcun suono (e non mi riferisco soltanto agli alianti). La ragione di ciò rimane per me ancora misteriosa. Ma il modo più facile per identificare gli aerei è banalmente attraverso le scie che lasciano. Trovare un segno bianco sul blu per poi ripercorrerlo fino a giungere all’aereo è un compito facile. Però riconoscere la scia di un aereo non è sufficiente per annoverarlo tra quelli visti: mi è capitato di scorgere la classica scia bianca in uno spazio di azzurro stretto tra il bianco delle nuvole, ma l’aereo era ormai già dietro le nuvole per cui non ho fatto in tempo a vederne la sagoma: è necessario vedere l’aereo stesso per poter dichiarare di averlo visto. Comunque gli avvistamenti che danno più soddisfazione rimangono quelli degli aerei che non lasciano scie né fanno rumore.
Oggi ho visto 38 aerei ed 1 elicottero.

GIORNO 4, 28 AGOSTO
Sono il primo ad essermi svegliato stamattina. Stanotte ha piovuto ed ora continua a piovere. Il cielo è tutto coperto. Non mi aspetto di vedere alcun aereo oggi.Ho appena rischiato di cadere, è la seconda volta stamattina. Camminare guardando all’insù è un’arte complicata. Come stare in piedi su una gamba sola con gli occhi chiusi. Nel cielo non ci sono riferimenti a cui aggrappare lo sguardo. Per cui, senza la componente visiva, la propriocezione risulta fortemente compromessa. È fragile il nostro senso dell’equilibrio. È bene stia più attento.Leo sta camminando davanti a me. Io sto guardando in su e vedo un piccolo falco. Leo esclama “Un falco pellegrino!”. Gli spiego che mi stupisco che l’abbia visto, perché era proprio sopra la sua testa. Mi dice che ha guardato verso l’alto perché prima ha visto l’ombra del falco tagliargli il sentiero. Per un secondo mi chiedo se cercare ombre per terra per scoprirne la sorgente nel cielo possa essere una nuova tecnica per trovare aeroplani. Ma capisco subito che no, è impossibile, sono troppo distanti per gettare un’ombra quaggiù.Mentre cammino sono costantemente attraversato da pensieri. A volte accade che ritenga questi pensieri validi abbastanza da doverli riportare qui sulle note del mio telefono. Lo faccio di getto e cerco di riportarli subito nella maniera con cui sono sorti. Ed accade che a volte scriva in italiano, altre in inglese. Infatti i pensieri da cui sono attraversato sono in una o nell’altra lingua. Mi stupisco del fatto, ma non è così sorprendente: questi giorni di cammino rimbalzo sempre tra una lingua e l’altra. Se parlo con Janine e Opher, che sono fluenti in entrambe le lingue, la conversazione salta in maniera imprevedibile tra una lingua e l’altra. Non mi è chiaro quali processi cognitivi sottendano a questa continua transizione linguistica. Penso a quello che ha condiviso Sabrina ieri sera, “we’re a walking border on a border”. È proprio così.Questa sera ciascuno ha esposto le proprie idee. Ho raccontato quasi con un certo imbarazzo del compito che mi sono prefisso per questa camminata. Margot ha detto “Ah, è per questo che guardavi sempre in alto?”. Giuro non pensavo si fosse notato. Stamattina mi ero rassegnato a non vedere nessuno aereo per via del brutto tempo. Ma per alcuni brevi momenti nel cielo plumbeo di oggi si sono aperti dei precari squarci di azzurro. È lì che ho visto passare ben 9 aerei.

GIORNO 5, 29 AGOSTO
L’ossessione del conto degli aerei mi perseguita anche di notte. Stanotte ho sognato che tutto d’un colpo contavo in cielo ben 37 aerei. Il cielo ne era pieno. Alcuni volavano bassissimi. Altri erano delle capsule bianche che fluttuavano lente trasportando delle piante in via d’estinzione verso l’Europa del Nord.Oggi è l’ultimo giorno di cammino ed il cielo è più denso di nubi di ieri. Verosimilmente il conto dei miei aerei si fermerà qui. Ma ieri notte in hotel per la prima volta con internet ho scaricato sul telefono Flight Radar, l’applicazione che tiene traccia di tutti i velivoli attualmente in volo nel mondo: se ne sentirò il rumore, almeno potrò sapere di che volo si tratta.Camminando dentro una nuvola a oltre duemila metri di altitudine chiedo a Leo se ci troviamo in Austria o in Italia. Mi risponde che siamo sul confine. Una risposta evasiva. La nebbia tutto attorno confonde le idee persino alla nostra guida. Non abbiamo punti di riferimento. Non sappiamo con certezza dove siamo. Sento il rumore, le frequenze basse di un aereo lontano. Ormai per un riflesso pavloviano guardo subito in alto, ma mi scontro con la realtà: la visibilità non va oltre i dieci metri in qualsiasi direzione. Non se ne parla di vedere aerei. Prendo il telefono e con sorpresa realizzo che su uno dei punti più alti dell’intero cammino internet prende alla grande. Allora consulto Flight Radar. Scopro che il suono dell’aereo che sento è di un volo che sta passando praticamente sopra di noi. Provenienza: Boston. Destinazione: Tel Aviv. Sopra di noi circa trecento passeggeri stanno passando il confine. Verosimilmente uno di loro sta guardando fuori dal finestrino sopra una distesa di nuvole. Senza punti di riferimento non ha idea di dove si trovi. E non gli passa nemmeno per la testa di star passando un qualche confine. Noi, che stiamo al di sotto di quelle nuvole - o più accuratamente dentro quelle nuvole - non siamo poi in una condizione così diversa.Il nostro cammino finisce a Malga Cason di Lanza. Oggi per davvero non ho visto nessun aereo. Stretti attorno ad un tavolo mentre fuori diluvia discutiamo sulle nostre idee di confine. Un racconto di Opher ridesta in me una memoria. D’un tratto ricordo di quella volta in cui, rientrato da un viaggio in Turchia, ero andato a salutare in alpeggio un amico pastore. Mi aveva chiesto come ci fossi andato in Turchia. Al che gli ho spiegato di esserci stato in aereo. Il pastore allora voleva sapere quante persone ci fossero sull’aeroplano. Io, un po’ allibito dalla domanda, gli ho risposto “Mah, non saprei, duecento, trecento credo”. Lui mi ha guardato sconvolto e ha affermato “Duecento persone?! Un paese intero!”. Non avevo considerato la visione del mondo che può avere chi vive in un paese di quaranta abitanti. Ognuno di noi percepisce la realtà attraverso i propri paradigmi. È facile dimenticarsi che quelli degli altri possono essere completamente diversi dai nostri. Le occasioni in cui abbiamo modo di constatarlo generano stupore.Marta mi ha chiesto quanti aerei abbia contato in questi cinque giorni di cammino. Le dico di averne contati 78. “Se hai contato 78 aerei e un aereo ha mediamente 200/300 persone, allora questo significa che sopra di noi sono passate almeno 20.000 persone”. Il fatto mi impressiona. Non mi era nemmeno passato per la testa di calcolare questa cifra. Forse un altro fatto non previsto dal mio paradigma. Mentre Marta, che è laureata in matematica, ha pensato subito ai numeri. Penso che se ho contato 78 aerei, il numero di aerei che è effettivamente passato sopra di noi è di gran lunga maggiore, considerando che molti li ho soltanto sentiti, altrettanti devono essermi sfuggiti e di notte non li ho potuti contare se non nei sogni. Dire che sono passati 500 aeroplani sarebbe comunque una sottostima. Ma facciamo finta sia così. Questo vorrebbe dire che sopra di noi sono passate oltre 100.000 persone. Non so che cosa significhi. Ma mi piace pensare che in una finestra di cinque giorni di un agosto inoltrato una città intera ha sfrecciato tra i cieli di due terre che si toccano. Nel mentre, diversi chilometri più in basso, quattordici persone hanno percorso a piedi i sentieri di un confine incerto.